Un testimone in scena, lo stesso
attore, argentino di Buenos Aires.
Un grido di rabbia.
Rabbia nel vedere un Paese ricco e abbondante di risorse ritrovarsi
oggi privato di tutto.
Rabbia nel vedere la gente piegata, senza lavoro, senza casa, senza
copertura medica.
Rabbia di vivere nella paura del futuro. Di non sapere più oggi cos’è
un popolo una nazione una patria.
Stiamo parlando di gente di classe media, “gente come uno”, per usare
una espressione convenzionale. Classe media generalizzata, si diceva
prima in Argentina, tutti classe media. E adesso?
Adesso, chiedersi come si è arrivati fin qui, che cosa
bisognava guardare e invece si è girata la testa dall’altra parte.
Scoprirsi persone che fino a questo momento hanno sempre chiuso gli
occhi, che hanno perso ogni rapporto con la politica, che hanno ignorato
quei fatti che avrebbero portato alla situazione attuale, persone distratte,
abituate a vivere dentro un benessere apparente.
Ma adesso la festa è finita. Finita l’idea di essere un Paese ricco,
un Paese all’avanguardia. Adesso in Argentina si muore di fame.
E’ difficile da credere, ma è lì davanti agli occhi di tutti, anche
di quelli che non hanno mai voluto vedere. Il lavoro che non c’è più,
le fabbriche che chiudono, i risparmi bloccati, la violenza della repressione.
Impossibile restare ancora chiusi nelle proprie case.
La classe media scende per la prima volta in piazza, insieme a tutti
gli altri, a battere le pentole.
E i quartieri smettono di essere solo quartieri e basta, ma diventano
i luoghi in cui la gente si riunisce nelle Assemblee di quartiere, dove
si prendono decisioni sulle proteste da organizzare e i problemi concreti
da affrontare.
Lo sguardo si apre: gli invisibili diventano visibili, come i cartoneros,
i poveri che dalla periferia entrano in città a separare e raccogliere
la spazzatura, oppure i piqueteros, i disoccupati della provincia, da
sempre tenuti distanti e accusati di creare disordine con il blocco
delle strade, e ora invece accolti dai commercianti con pane e mate.
La gente si mescola, cerca il modo di autorganizzarsi, di autogestirsi,
sapendo di potersi salvare solo se uniti, presenti, partecipi tutti
di una politica nuova che non è più quella dei politici.
Quale il futuro di questa situazione, non si sa.
Tante domande, tante paure, una necessità, quella di non distrarsi mai
più, quella di non girarsi mai più dall’altra parte. Vigili, presenti,
non solo gli argentini ma tutti noi, per evitare che altri luoghi di
questo nostro difficile presente possano diventare a “rischio Argentina”.
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