“Guardatevi
le scarpe e ringraziate che siano così comuni, perché nella
vita bisogna fare molta attenzione quando si hanno scarpe troppo rosse”
Dopo Barbablù, altra fiaba campione
di cattiveria è Scarpette Rosse del buon Andersen, inventore delle
fiabe con finale amaro ed esploratore geniale dell’animo. Qui non
c’è salvezza se non salvezza di redenzione finale. Come per
la Fiammiferaia Andersen chiude la triste storia della orfanella “graziosa
e sottile” ossessionata dal rosso con la sua salita al cielo come
unica consolazione. Ma io amo l’incisività del Signor Andersen.
E se le sue storie le rileggiamo invece che, come molti sottolineano,
come storie segnate da un marcato pessimismo per cui il mondo del sogno
soccombe al duro mondo reale, come percorsi interiori, come storie dell’anima
dove il sogno inteso come fuga, come facile consolazione, come fede nell’illusione,
soccombe alle rovinose conseguenze reali che questo causa, allora Andersen
è un profondo conoscitore dell’anima che trova nella fiaba
una forma alta di raccontarla senza sdolcinature. E le sua fiaba diventa
un monito contro la cecità. Contro l’anestesia del sogno.
La storia della ragazza ossessionata dalle scarpe rosse che la porteranno
a danzare fino alla rovina è una fiaba della notte, dell’oscuro.
Anche qui come in tutte le fiabe c’è una trappola. Si chiama
“hambre del alma”, fame dell’anima: ed è quel
certo bisogno di compensare una privazione subita, un vuoto, portando
verso la ricerca di surrogati, di veleni camuffati. Da quella trappola
se ne può uscire senza gravi ferite né perdite , ma anche
spezzate, senza piedi, senza mani, senza occhi. Un po’ come ci si
sente oggi, smarriti, in preda a un vuoto da colmare rispetto al quale
riceviamo ventagli di possibilità di riempimento, tutti surrogati
del senso. Dal consumo sfrenato, alla offerta di alienazione televisiva
dove “la realtà che dà spettacolo” diventa la
realtà personale anche se di altri, all’incessante imperativo
della efficienza che ci mette in corsa senza sapere dove stiamo andando,
dentro città generiche senza più memoria. E’ la deriva
dentro un nulla incantevole. Come incantevoli sono quelle scarpette rosse.
Se ci fosse la musica adesso chiuderei con un pezzo di Janis Joplin che
, come suggerisce C.P .Estés nel suo libro “Donne che corrono
coi lupi”, per la sua creatività e curiosità e irriverenza
e perché da ragazza le piaceva arrampicarsi sulla roccia e cantare
e ascoltare musica jazz veniva additata da tutti come esempio negativo.
E quando finalmente conobbe il mondo del blues che le permetteva di essere
libera e di esprimersi era talmente affamata di farlo da non sapere mai
dire basta né al sesso né all’alcool né alle
droghe.
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